CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI

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Si può visitare Roma senza vedere il Colosseo? O Venezia senza vedere la Basilica di San Marco? Oppure Verona senza vedere l’Arena? Ipoteticamente si, ma sarebbe davvero un peccato, così come sarebbe un vero peccato venire a Padova senza visitare la Cappella degli Scrovegni, considerata unanimemente come uno dei massimi capolavori dell’arte di tutti i tempi.

Intitolata alla Vergine Annunziata, la cappella fu fatta erigere da Enrico Scrovegni, ricchissimo banchiere padovano, che agli inizi del Trecento aveva acquistato da un nobile decaduto, Manfredo Dalesmanini, l’area dell’antica arena romana di Padova (per questa ragione la cappella è anche detta dell’Arena). Qui provvide ad edificare un sontuoso palazzo, di cui la cappella era oratorio privato e futuro mausoleo familiare. Si narra che lo Scrovegni commissionò l’edificio sacro in espiazione dei peccati del padre Reginaldo, collocato da Dante, nella Divina Commedia, nel girone infernale degli usurai (Inferno, Canto XVII, vv. 64-66). Allo stesso tempo, Enrico intendeva allontanare da se stesso il rischio di andare incontro alla medesima sorte, essendosi anch’egli macchiato dello stesso vizio. A conferma di ciò, la scena della dedica della Cappella alla Vergine (Fig. 1), gesto che simboleggiava la restituzione di quanto lucrato con l’usura, condizione posta dalla Chiesa per rimettere quel peccato. In questa scena, Enrico Scrovegni veste di viola, colore della penitenza, e viene aiutato a sorreggere la Cappella dal religioso agostiniano Alberto da Padova, ritenuto colui che gli suggerì il nome di Giotto per affrescare la Cappella e che, insieme al pittore, scelse le storie da tradurre in immagini e il programma iconografico.

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Fig. 1 – Enrico Scrovegni nell’atto simbolico di donare la cappella alla Madonna

La chiesetta ha un’architettura molto semplice: pianta rettangolare, unica navata con volta a botte, che termina con una piccola abside poligonale coperta da volta a crociera. La struttura, originariamente addossata al Palazzo degli Scrovegni (demolito nel 1827), è asimmetrica e presenta sei finestre alte e strette solo nella parete sud, mentre la facciata è dominata da un’elegante trifora gotica. Internamente è costituita da un unico ambiente di 20,8 metri di lunghezza per 8,4 metri di larghezza e 12,6 metri di altezza, interrotto a metà da due altari laterali, terminante sul fondo con un presbiterio in cui si trova il sarcofago di Enrico Scrovegni, opera di Andriolo de Santi, e sull’altare una Madonna col bambino tra due angeli, opera dello scultore trecentesco Giovanni Pisano. Sopra all’altare, inoltre, era presente un crocifisso dipinto a tempera da Giotto su una tavola di pioppo, oggi conservato ai Musei Civici Eremitani (Fig. 2).

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Fig. 2 – Giotto, Crocifisso di Padova, tempera e oro su tavola di pioppo (223×264 cm), 1303-1305

La Cappella viene affrescata da Giotto tra il 1303 e il 1305. Sulle pareti laterali e su quella di fronte all’ingresso sono dipinti episodi della vita di Gioacchino e Sant’Anna (Fig. 5, Riquadri 1-6), della Vergine (Fig. 3, Riquadri 7-15) e di Gesù (Fig. 3-5, Riquadri 16-39), distribuite in tre zone sovrapposte. Ogni episodio è incorniciato da fasce affrescate con ornamenti, piccoli episodi dell’Antico Testamento e busti di Santi. Sulla parte bassa corre una decorazione a monocromo che inquadra figure allegoriche delle sette virtù (Fig. 5, Riquadri 41 a,b,c,d,e,f,g) e dei sette vizi (Fig. 3, Riquadri 42 h,i,l,m,n,o,p).

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Fig. 3 – Parete nord
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Fig. 4 – Organizzazione del ciclo pittorico
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Fig. 5 – Parete sud

Il ciclo si conclude con un grandioso Giudizio Universale (Fig. 6, Riquadro 40) che occupa interamente la controfacciata. La volta a botte simula un cielo stellato interrotto da tondi che racchiudono Cristo, la Vergine e i Profeti.

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Fig. 6 – Giotto, “Giudizio Universale”, 1303-1305

L’effetto della cappella è straordinario perché, nonostante la ricchezza e la varietà di temi illustrati, chi entra riceve l’impressione di una decorazione unitaria e continua, alla quale contribuisce il perfetto coordinamento delle composizioni e dei colori. Giotto usa un linguaggio pittorico nuovo, di estrema fluidità narrativa e grande sensibilità spaziale. Rispetto alle figure schiacciate della tradizione medioevale, accentua la plasticità dei corpi, cerca i volumi, affina la prospettiva delle architetture dipinte e inserisce i personaggi in un paesaggio naturale. Nella Natività emerge il lato umano dei protagonisti evidente nella tenera delicatezza con cui la Madonna dispone il figlio nella mangiatoia. Altrettanto umani sono San Gioacchino e Sant’Anna uniti da un bacio, un gesto del tutto inconsueto nell’iconografia sacra duecentesca, forse il primo bacio rappresentato nella pittura post-classica. Di altra natura è il bacio di Giuda: l’intensità drammatica del tradimento è sottolineata dal movimento delle fiaccole e delle lance. Il paesaggio riflette i sentimenti dei personaggi: ad esempio, la solitudine di Gioacchino nel deserto è uno sfondo roccioso, scarno e desolato. Nel Compianto sul Cristo morto Giotto realizza una composizione organizzata su diversi piani, per accentuare la profondità della scena. Il volume dello spazio intorno al corpo del Cristo è ottenuto grazie ai due personaggi accovacciati in primo piano, dipinti di spalle secondo una scelta compositiva di estrema modernità. Dietro a loro, le figure in piedi e le montagne sullo sfondo.

Nel 1881 il Comune di Padova acquistò la cappella. Interventi conservativi e monitoraggi si sono susseguiti nel corso degli anni; l’ultimo restauro, durato 8 mesi, è del 2001.

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